Nel 2019 la rivista Anesthesiology ha pubblicato un’analisi condotta su 57.312 arresti cardiaci intraospedalieri testimoniati in 538 ospedali: quando la defibrillazione o il primo farmaco arrivano entro 2 minuti dall’inizio della rianimazione, la sopravvivenza alla dimissione è del 18%; tra i 3 e i 5 minuti scende al 15%; tra i 6 e gli 8 minuti al 12,8%. In un arresto cardiaco la variabile decisiva è il tempo, e una parte di quel tempo passa fisicamente dal carrello emergenza: trovarlo, aprirlo, avere in mano il presidio giusto.
Un secondo dato completa il quadro. Nel 2022 uno studio osservazionale pubblicato sul Journal of Emergency Nursing ha verificato lo stato di prontezza dei carrelli di rianimazione: bombole di ossigeno vuote nel 32% dei casi, batterie scariche o dispositivi guasti nel 16%, presidi di taglia errata nel 16%, materiale mancante, scaduto o non reperibile nel 15%. Il dettaglio più scomodo è che parte di questi problemi è emersa su carrelli che risultavano controllati più volte, da operatori diversi.
Questi due numeri, letti insieme, definiscono la natura dell’acquisto: il carrello emergenza non è un arredo.
È un dispositivo il cui progetto, dalla chiusura al sigillo alla disposizione dei vani, incide su minuti che la letteratura clinica collega alla sopravvivenza.